Disegnare un simbolo personale: un esercizio creativo per raccontare un ricordo senza cercare significati nascosti

Un simbolo personale non deve per forza “significare qualcosa” in modo universale. Può essere semplicemente una forma che ti aiuta a raccontare un ricordo con meno parole.
È un esercizio creativo, non un test e non un metodo per scoprire messaggi nascosti. Il punto non è chiedersi che cosa “vuole dirti” un disegno: è osservare quale dettaglio hai scelto di tenere e che storia riesci a costruire intorno a quella scelta.
Scegli un ricordo piccolo, non il più importante
Per iniziare evita di prendere il ricordo più intenso della tua vita. Scegline uno normale, quasi laterale:
- una stanza in cui aspettavi qualcuno;
- un oggetto che portavi spesso con te;
- un tragitto ripetuto molte volte;
- un pomeriggio preciso;
- un rumore o un gesto che associ a una persona.
Più il ricordo è concreto, più sarà facile estrarre un'immagine senza doverla caricare di significati.
Scrivi tre dettagli prima di disegnare
Prendi un foglio e annota soltanto tre elementi.
Un oggetto. Che cosa c'era fisicamente nella scena?
Una sensazione visiva. Luce forte, ombra, colore, superficie, distanza.
Un movimento. Qualcosa che si apriva, cadeva, girava, si spostava, restava immobile.
Non spiegare ancora il ricordo. Questi tre dettagli servono come materiale grezzo.
Se, per esempio, ricordi una cucina d'estate, potresti scrivere:
- tazza;
- luce obliqua;
- tenda che si muove.
Non c'è nulla da interpretare. Hai solo isolato tre pezzi di una scena.
Riduci il ricordo a una forma
Adesso prova a disegnare una forma molto semplice che contenga almeno uno dei tre dettagli.
Può essere un cerchio incompleto, due linee che si incrociano, un rettangolo con un lato aperto, una spirale, un segno ripetuto.
Non deve essere bello. Anzi, se cerchi subito un risultato “riuscito”, rischi di trasformare l'esercizio in una prova grafica.
La domanda utile è: quale forma riesce a ricordarmi quella scena anche se nessun altro la capirebbe?
Questa frase definisce bene un simbolo personale: non deve essere leggibile per tutti.
Aggiungi un solo elemento riconoscibile
Se il segno astratto è troppo distante dal ricordo, aggiungi un dettaglio concreto.
Per la tazza potresti inserire una piccola ansa. Per la finestra, un rettangolo. Per un tragitto, una linea che cambia direzione.
Fermati a un solo elemento.
Se cominci a ricostruire l'intera scena, non stai più creando un simbolo: stai facendo un'illustrazione.
Entrambe le cose vanno bene, ma sono esercizi diversi.
Scrivi una frase che inizia con “mi ricorda”
Accanto al disegno completa questa frase:
“Questo segno mi ricorda…”
Non scrivere “questo simbolo significa”. La differenza sembra minima, ma cambia completamente il gioco.
“Significa” cerca una definizione stabile.
“Mi ricorda” mantiene il legame con la tua esperienza.
Per esempio:
Questo segno mi ricorda il pomeriggio in cui aspettavo che smettesse di piovere e guardavo la tenda muoversi vicino alla finestra.
Il valore del disegno sta nel far emergere una frase così, non nel produrre una chiave interpretativa.
Cambia un dettaglio e osserva che cosa succede alla storia
Fai una seconda versione del simbolo.
Modifica una sola cosa:
- chiudi una linea che prima era aperta;
- sposta un elemento dal centro al bordo;
- riduci la forma;
- ripeti un segno tre volte;
- elimina il dettaglio più riconoscibile.
Poi riscrivi la frase “mi ricorda”.
Spesso il ricordo resta lo stesso, ma cambia il punto da cui lo racconti. È qui che l'esercizio diventa interessante per la scrittura: una forma diversa può suggerire una prospettiva diversa.
Non cercare un dizionario dei simboli
Se hai disegnato una spirale, una porta, un occhio o un albero, può venire voglia di cercare online “che cosa significa”.
Per questo esercizio non serve.
Il simbolo è utile proprio perché nasce dal tuo ricordo specifico. Se lo trasformi subito in un significato preso da un dizionario, perdi il materiale più personale: la scena, l'oggetto, il gesto che avevi scelto all'inizio.
Su Astro Solaria abbiamo già usato i simboli come strumenti narrativi, per esempio nell'articolo su un oggetto quotidiano come simbolo personale. Qui il passo in più è grafico: ridurre il ricordo a una forma e poi tornare alle parole.
Una versione da cinque minuti
Se vuoi usare l'esercizio come pausa creativa, puoi ridurlo così:
- scegli un ricordo piccolo;
- scrivi tre dettagli;
- disegna una forma in trenta secondi;
- aggiungi un dettaglio riconoscibile;
- completa “questo segno mi ricorda…”;
- fermati.
Non devi conservarlo, mostrarlo o migliorarlo.
Il disegno ha già fatto il suo lavoro se ti ha dato una frase che prima non avevi.
Una versione per un racconto
Se invece vuoi sviluppare il materiale, usa il simbolo come oggetto dentro una scena.
Immagina un personaggio che:
- lo disegna senza spiegarlo;
- lo trova su un vecchio foglio;
- lo riconosce in un luogo inatteso;
- decide di cancellarne una parte;
- prova a descriverlo a qualcuno che non l'ha mai visto.
A quel punto il simbolo non è una profezia né un codice da decifrare: è un dispositivo narrativo.
Il limite dell'esercizio è anche la sua forza
Questo metodo non serve a recuperare ricordi “veri” che non possiedi, non certifica interpretazioni psicologiche e non assegna significati universali alle forme.
Serve a una cosa più semplice: scegliere un frammento di memoria, comprimerlo in un segno e vedere quali parole tornano fuori quando lo guardi.
La fotografia scelta mostra una persona che scrive con una matita su un quaderno. È un'immagine di contesto del gesto creativo, non il simbolo descritto nell'articolo. Foto: Thought Catalog, via Wikimedia Commons, CC0 1.0.
